Alexander Langer, 25 anni dopo. Testimone e profeta del nostro tempo

Langer

A 25 dalla sua morte volontaria (3 luglio 1995), la figura di Alexander Langer è più attuale che mai. Per certi aspetti, la sua figura è più conosciuta e “riconosciuta” oggi che non quando era in vita. Per questo parlo di lui come “testimone”, ma anche come “profeta” del nostro tempo. Un profeta a volte contestato o ignorato, finché è stato in vita, ma un profeta che su molte questioni ha visto più lontano dei suoi contemporanei. E basterebbe ricordare come tematiche per lui essenziali – quali la “conversione ecologica” e la “convivenza inter-etnica”– fossero spesso disconosciute durante la sua vita, mentre negli anni più recenti sono diventate ricorrenti, la prima nel dibattito ecologico, ancora più attuale dopo la pandemia da coronavirus, e la seconda nelle riflessioni pubbliche sulle relazioni inter-etniche non solo nel suo Alto Adige/Südtirol, ma anche in molte realtà europee e mondiali oggi attraversate da pulsioni razziste e xenofobe.

Sabato 13 giugno 2015, parlando a migliaia di scout, papa Francesco aveva ammonito: “Abbiate capacità di dialogo con la società, mi raccomando: capacità di dialogo! Fare ponti, fare ponti in questa società, dove c’è l’abitudine di fare muri: voi fate ponti per favore”. È esattamente quello che Langer ha fatto per tutta la vita e nel 1986, inviando a “Belfagor” una sua breve autobiografia (“Minima personalia”), aveva scritto: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Per questo io stesso ho intitolato il mio libro su di lui “Alexander Langer. Costruttore di ponti” (La Scuola-Morcelliana, 2015).

Mi sono chiesto molte volte come Langer avrebbe vissuto l’attuale pontificato di papa Francesco, tanto più che – per la prima volta nella storia – il papa ha dedicato nel giugno 2015 un’intera enciclica all’ecologia integrale, “Laudato si’”, riecheggiando quel Francesco d’Assisi, a cui tante volte Langer si è ispirato, e riprendendo anche alcuni temi propriamente langeriani. Verso la fine della sua giovane vita, nel 1994, Langer ha così intitolato un capitolo del suo “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica”, forse il suo saggio più bello tra i moltissimi che ha scritto: “Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”.

Quando Langer è scomparso, l’allora arcivescovo (poi cardinale centenario, morto il 26 maggio 2016) Loris Capovilla ha scritto alla moglie Valeria: “Per chi lo ha amato, questa è l’ora del silenzio. Per chi dissentiva dalle sue scelte, è l’ora del discernimento. Per chi crede possibile muoversi verso una convivenza più umana, è l’ora della gratitudine. Alex ha studiato, operato, servito proprio per questo. Mi inchino dinanzi a lui. Chiedo a Dio di accoglierlo nella sua Casa e di collocarlo, a nostro conforto, come una stella nel firmamento. Alex appartiene alla schiera degli eletti che non muoiono. Sono certo di re-incontrarlo”.
Negli anni ’80 cominciano le riflessioni e proposte di Langer sulla “conversione ecologica”, anche in relazione con le teorizzazioni sulla “società conviviale” del suo amico Ivan Illich. Nei primi anni ’90, nella sua veste di parlamentare europeo, Langer intensifica il suo rapporto con la ex-Jugoslavia, attraverso la “Carovana europea di pace” (settembre 1991) ed il “Forum di Verona per la pace e la riconciliazione” (1992). Il 26 giugno 1995 (pochi giorni prima della sua morte volontaria) si reca con una delegazione di euro-parlamentari a Cannes, dove si svolge il vertice dei capi di Stato e di governo europei. Presenta il drammatico appello “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” e, nell’incontro col neo-eletto presidente francese Jacques Chirac, chiede esplicitamente un intervento di “polizia internazionale” in Bosnia, dove l’assedio di Sarajevo durava ormai da oltre tre anni. Chirac gli risponde negativamente con una sorta di elucubrazione pseudo-pacifista. L’intervento sarà poi fatto, ma tardivamente. E una settimana dopo la morte di Langer, ci fu l’ecatombe di Srebrenica.

Negli anni ’80 e ’90 Alexander Langer ha saputo dialogare e interagire con tutte le principali associazioni ambientaliste ed ecologiste, italiane ed internazionali. Ebbe un ruolo importante al “Summit della Terra”, la Conferenza mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992, stringendo rapporti con molte organizzazioni internazionali ecologiste e del commercio equo e solidale.
Vi sono alcuni temi ricorrenti negli scritti e discorsi degli ultimi anni: “Solve et coagula”, una formula latina dell’alchimia medioevale, con la quale cercava di impedire le sclerotizzazioni partitiche e invitava a rendere “bio-degradabili” anche i movimenti e le forze politiche verdi a cui lui stesso apparteneva; “lentius, profundius, suavius” (“più lentamente, più profondamente, più dolcemente”) era il motto che Langer proponeva in contrapposizione al motto olimpico “citius, altius, fortius” (“più veloce, più alto, più forte”), come paradigma per la conversione ecologica.
Un interrogativo diventa drammatico per lui, quando il 21 ottobre 1992, su “il Manifesto”, conclude con queste parole il suo articolo “Addio, Petra Kelly”, dedicato alla tragica morte della leader verde tedesca: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Quando lui stesso è morto tragicamente il 3 luglio 1995, queste sue parole ci sono tornate alla mente, quasi fossero autobiografiche. Ma le sue idee sono sopravvissute alla sua morte, e ancor oggi sono vive e vitali, un quarto di secolo dopo.

Marco Boato