Stati Generali della Green Economy. Documento finale

Stati Generali

The Green Paper

Grazia Francescato 

Dobbiamo continuare a fare politica considerando che la “polis” è la comunità dei viventi, non antropocentrica. Alex Langer ci ha consegnato il concetto di “conversione ecologica dell’economia e della società”, un concetto che va oltre quello di green economy, più in profondità: questo concetto fa la differenza tra noi e la classe dirigente odierna mondiale, che non sa cosa sia avere una visione del mondo in politica. Da questa visione dovrebbe discendere una strategia, una tattica, ma negli ultimi decenni si è fatto poco; la visione del mondo non c’è, salvo forse quella inserita nella Laudato Si’ di Papa Francesco. Il Covid ci ha fatto notare che la conversione ecologica è indispensabile, non possiamo tornare alla normalità, agli errori fatti dal modello di sviluppo dominante.
C’è un dopo da inventare insieme, non un prima a cui tornare.
Non partiamo da zero, vogliamo andare nella direzione dell’interconnessione. La pandemia è figlia dello squilibrio ambientale, dobbiamo essere all’altezza della sfida della complessità: il percorso della sostenibilità deve essere a tutto tondo – ambientale, sociale, economica – e noi abbiamo esperienze e buone pratiche a cui ispirarci. Abbiamo un quadro internazionale, il Green New Deal europeo che deve essere fulcro delle politiche, oltre che essere al centro del nostro Green Paper. Deve funzionare per le persone e per il Pianeta “whatever it takes” altrimenti sono a rischio anche le strutture democratiche.
La richiesta è di 5 trilioni di euro in 12 anni attraverso strumenti finanziari anche a livello locale con al centro il Green Deal e il condizionamento degli investimenti ai parametri e agli obiettivi del Green Deal. Sul clima, il Recovery Plan dei Verdi chiede la neutralità climatica entro il 2040; sulla biodiversità chiede che almeno il 30% dei territori di mari e terra dell’UE sia protetto e che si rigeneri il 30% degli ecosistemi al 2030. E poi lotta contro l’inquinamento, revisione dei sistemi di produzione e consumo alimentari, con focus sulle filiere corte, biologico e riduzione dei consumi di carne, riduzione dei pesticidi fino all’annullamento; importanza dei green jobs nel mondo rurale per evitare la desertificazione delle aree interne; implementazione delle rinnovabili, efficientamento energetico, riqualificazione in edilizia, mobilità sostenibile, rigenerazione urbana.
Il Recovery Plan dei Verdi è anche dedicato a welfare, digitale, lavoro, architettura democratica. Il green deal è legato alla tenuta delle nostre democrazie.
L’Europa così com’è non piace se non ai poteri forti, ma il lungo percorso verso l’Europa solidale ed equa, che possa tenere in piedi tematiche ambientali e diritti, è lungo ma non impossibile. L’Europa del futuro deve destinare fondi alla sostenibilità, dobbiamo costruire ponti, lavorare insieme ad esperti, “mettendo insieme le tribù, i punti luce delle costellazioni” mantenendo però alto il livello del conflitto dove necessario se la classe politica vuole tornare alla situazione prima del Covid. Noi siamo le scelte che facciamo, queste scelte disegneranno il futuro anche della next generation che potrebbe pagare un prezzo alto. Il fattore cruciale è il fattore tempo, ne abbiamo poco. Questo è fare politica oggi.


Le città del futuro e il lavoro. Dalla zona rossa alla zona verde | Fiorella Zabatta

Dal Covid in poi ci siamo resi conto di come il nostro modello di sviluppo debba andare verso la sostenibilità perché l’ambiente lo chiede. Deve essere la nostra testimonianza per le generazioni future. In questi mesi l’ambiente si è riappropriato dei suoi spazi, abbiamo visto delfini quasi a riva e fiumi tornati trasparenti: non possiamo più aspettare né fare un passo indietro, dobbiamo proseguire approfittando dell’unica cosa positiva che la pandemia ci ha lasciato. Partiamo da questo per riflettere: come troncare la catena di difetti dello sviluppo non sostenibile dei decenni passati?

Paolo Pinzuti, fondatore di Bike Italia e Ceo di Bikenomist

La sfida che abbiamo di fronte è epocale. E’ guardare al futuro senza inciampare nel presente. Il Covid ci richiede una ripartenza economica, la risposta più semplice è guardare al prima e provare a tornarci per avere la certezza di ricominciare. In molti chiedono questo. Non possiamo quindi avviare una ripartenza senza considerare le esigenze del futuro: riscaldamento globale, cambiamenti climatici, inquinamento… Le città sono il cuore della vita dei paesi post-industrializzati, vita anche economica. Negli ultimi anni 2 temi sono stati al centro del dibattito, entrambi fanno capo alla connessione: banda larga per velocizzare i rapporti di comunicazione e spostamento di persone e merci sul territorio. Sono stati investiti molti soldi sull’alta velocità e il risultato è che si impiega un’ora da Milano a Bologna ma poi tra la periferia di Milano e il centro i tempi esplodono. Non si può migliorare se non ci si concentra sul tema dell’ultimo miglio. Nell’era pre-Covid l’Italia mandava in fumo miliardi di euro a causa del traffico: persone del tutto ferme in attesa di un semaforo o di un parcheggio. Nel Novecento è stata stimolata l’industria dell’automobile, che creava occupazione ma anche inquinamento; si estrae petrolio per avere auto sulle strade, così guadagnano anche le assicurazioni, le banche e così via, in un circuito che ha portato ad una situazione per cui non sappiamo più dove mettere le auto e abbiamo come unicum italiano il problema del traffico.
Passare ad un modello elettrico non è certo la soluzione dei problemi. Va gestito in maniera diversa lo spazio pubblico, che è uno spazio finito. Per ripartire e limare gli sprechi occorre redistribuire proprio lo spazio pubblico; dopo il Covid si sta concedendo spazio agli esercizi commerciali, bisogna concederlo a tutti i cittadini. Il risultato sarebbe una qualità della vita migliore, meno CO2 ed inquinamento, tempi di spostamento più corti e maggiore benessere.
Se pensiamo ai modelli del Nord Europa come Danimarca, Olanda, ma anche alla città di Parigi, scopriamo che chi ha investito in sistemi di mobilità alternativi ha risultati in termini economici e di attrattività delle città. Questa è la direzione in cui andare per avere risultati già dal presente: democrazia dello spazio pubblico per dare a tutti le stesse possibilità di movimento, non solo a chi può permettersi un’auto.

Rossella Muroni, deputata Commissione Ambiente, ex presidente nazionale Legambiente

Il grande assente a Villa Pamphili è un’idea di futuro in chiave green. Le proposte che circolano in Parlamento per la ripartenza dimostrano come il fronte ecologista sia esposto; proposte che nel resto d’Europa non verrebbero nemmeno considerate in Italia viaggiano nel consenso politico.
La crisi e la pandemia ci hanno dimostrato che il Pianeta sopravvivrebbe senza l’uomo. Siamo noi a rischio in prima persona, dobbiamo puntare su un tema della salute dei cittadini, a cui si racconta che un certo tipo di sviluppo sia a loro vantaggio.
Anche grazie al lavoro dei Verdi, con i Verdi Europei, si è giunti alla definizione del Green New Deal come identità Europea. Ma in Parlamento passano emendamenti o proposte di legge che raccontano un Paese fermo al 1990. Nel decreto rilancio si parla di rottamazione delle auto per l’acquisto di auto diesel o benzina: è un vecchio meccanismo che mette davanti le imprese e un presunto interesse delle famiglie; ma in realtà proporre l’acquisto di Euro6 diesel significa non raggiungere gli obiettivi del piano nazionale energia e clima, significa promuovere una mobilità insostenibile ed è anche una truffa ai danni dei cittadini perché poi chiederemo a breve agli stessi cittadini di lasciare quei diesel fuori dalle città. C’è molta miopia nelle proposte ed è sintomo dell’arretratezza culturale della classe dirigente a tutti i livelli, non soltanto della classe politica (mi riferisco ad esempio a Confindustria). Questo Paese non riconosce le eccellenze nel campo della sostenibilità e della green economy in grado di offrire soluzioni che potrebbero creare un futuro solido economicamente. Abbiamo di fronte una battaglia ideologica, culturale, e una battaglia anche politica perché abbiamo un vuoto di rappresentanza da colmare. Temi come questi hanno bisogno di un’accelerazione perché le risorse che arriveranno l’Europa copriranno i prossimi decenni: la svolta verso un modello nuovo di muoversi, consumare ed essere società più sostenibile dobbiamo costruirla ora. Ed è un modello che guarda alla giustizia climatica, economica e sociale.

Alessandro Marsilio, Drive srl

Mi occupo di stazioni di ricarica intelligenti per auto elettriche e non posso che constatare che il Covid ha dato uno spunto su come la vita potrebbe essere: tante persone si sono chieste perché in passato abbiano fatto tanta strada in auto o aereo o treno per incontrare qualcuno soltanto per un’ora. Abbiamo le armi per cambiare, l’elettrificazione è alla nostra portata.
Non parliamo di un’infrastruttura complicata da avere, l’energia elettrica è già diffusa e può essere prodotta utilizzando le rinnovabili. Tutti però parlano della difficoltà di avere questa infrastruttura. Fuori dal casello di un’autostrada ho visto costruire un distributore a gnl, con attrezzature grandissime. Questa è ecologia? Le auto elettriche sono invece alla portata di tutti, la politica deve essere solo più coraggiosa. L’industria italiana è prontissima per trasformarsi. Abbiamo microcar a gasolio lentissime e rumorosissime, perché non avere microcar elettriche? L’Italia ha città di stampo medievale, relativamente piccole, questo è un vantaggio. Si possono attraversare con mezzi alternativi all’auto, l’imprenditoria e l’industria possono già investire. E anche i fondi di investimento hanno compreso che questa è la strada. Basta assecondare la ventata di novità che già è presente. D’altra parte le rinnovabili hanno avuto successo grazie agli incentivi, oggi possiamo dire che il fotovoltaico è la fonte più economica. Per l’elettrico dobbiamo attivare un processo simile.

Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale Verdi Regione Campania

L’industria dell’elettrico potrebbe modernizzare il Paese eppure rimaniamo in pochi a portare avanti queste battaglie, è vero. Negli anni qualcuno ha dato la colpa della mancata espansione dell’ambientalismo al partito stesso o all’associazionismo; io mi chiedo invece se la maggioranza dei cittadini voglia davvero la transizione. Non è possibile che il Paese voglia difendere l’ambiente e poi si schieri dalla parte degli inquinatori o contribuisca alla devastazione.
Porto un esempio a me vicino. Abbiamo da poco denunciato alcuni scarichi abusivi che dopo il lockdown sono ripartiti. La zona è quella di Posillipo. Abbiamo chiesto agli abitanti del posto un aiuto per capire da dove provenissero quegli scarichi ma non abbiamo avuto collaborazione perché in troppi scaricano in mare; smettere di inquinare comporta un sacrificio che quei troppi non sono disposti a fare.
Durante il lockdown però abbiamo visto persino il fiume Sarno pulito, visto che gli scarichi industriali e commerciali non erano attivi. Non basta questo stop, l’inquinamento profondo va risolto con interventi massicci, ma i cittadini hanno visto che le cose possono cambiare in poco tempo.
Davvero vogliamo continuare a vivere con una qualità della vita così bassa? E’ questa l’idea di futuro delle nostre città? Davvero vogliamo abbattere il verde esistente? Fiumi, mari e pesci non votano quindi spesso diventa poco interessante ragionare nell’interesse comune…
Il tema vero è che dobbiamo ragionare proprio nell’interesse collettivo, guardando a cosa accadrà tra 200 anni; questo ci ha fatto risultare spesso anacronistici rispetto a chi guarda solo all’oggi. E questa è l’idea del Paese che dobbiamo contrastare da subito. I Verdi Europei ci hanno insegnato che va scelta l’idea dell’Europa della solidarietà, loro ci hanno appoggiati più dei parlamentari italiani di altri schieramenti.
E poi va citato il problema della burocrazia: in Italia o le cose non si realizzano o si realizzano male.
Faccio un altro esempio. A Napoli i giardinieri sono pochi e durante il lockdown erano in smart working, sono i volontari ad occuparsi davvero del verde. Ci sono persone che tendono a non fare il proprio dovere. Lavorare per lo Stato deve essere considerato un onore.
In questo senso, chiedo a tutti di unirsi alla battaglia per la rimozione del presidente dell’autorità portuale che si oppone all’elettrificazione del porto di Napoli.
Partire da piccole azioni concrete può servire a dimostrare che un altro Paese esiste. Crediamo nel futuro, nella meritocrazia, nella qualità della vita, in una svolta culturale dei nostri concittadini: non bisogna sempre puntare verso il basso, bisogna creare una nuova idea di comunità come mission principale.

Claudia Bettiol, presidente Discover Place, blogger

Mi occupo di promozione dei territori e sviluppo del turismo locale, in questo periodo è chiarissimo quanto questo settore incida nella nostra economia. Senza turisti molte microimprese vengono schiacciate dalla crisi. Se non immaginiamo un futuro turistico sostenibile li condanniamo all’incertezza.
E non si può parlare di città senza parlare di turismo. Non abbiamo un piano turistico interessante da anni, siamo un Paese noioso, abbiamo alcune strutture grandi in overbooking ma per la maggior parte siamo meta di un turismo occasionale. Le persone “capitano” in Italia.
Abbiamo poi un turismo delle radici fortissimo, è la nostra Italia all’estero che tendiamo a trascurare ma che si reca nei piccoli borghi per ritrovarli e per acquistare i prodotti locali.
Durante il periodo di lockdown noi abbiamo immaginato il dramma del turismo e abbiamo lanciato un contest per ricreare storie sui piccoli paesi in modo da colmare una lacuna: serve un turismo culturale, lo dicono anche i ministri, occorre saper raccontare la cultura, saperlo fare in inglese, occorre mette in atto tante attività. Ma nel tempo sono stati tagliati i fondi alla cultura. Non consideriamo affatto un asset la nostra arte, non le diamo importanza a scuola.
Il Covid poi ha creato un altro problema: è cambiato il nostro modo di fruire il turismo.
Abbiamo imparato a fare riunioni a distanza, abbiamo colto i vantaggi, ma poi questo umanesimo unito alla tecnologia non è stato declinato nelle proposte governative. Se vogliamo sviluppare il turismo sostenibile e il turismo minore delle città, lontano dai centri in overbooking, dobbiamo parlare proprio di tecnologia e umanesimo, concentrandoci sulla formazione di tantissime microimprese. Non possiamo fare turismo culturale in maniera adeguata se non facciamo una grande operazione culturale di formazione all’accoglienza dove si concilia tecnologia e umanesimo. Dobbiamo saper raccontare il territorio.
In secondo luogo, occorrono piani di turismo che ci portino a comprendere chi siamo e cosa possiamo fare. I piccoli produttori locali in gran parte davano i prodotti alla catena del turismo, sono prodotti di qualità venduti anche come souvenir. La crisi ha coinvolto anche loro.
Infine, va presa una posizione rispetto a ciò che accade nel mondo. Siamo in un’epoca in cui vengono abbattute le statue. Molte non fanno onore al nostro essere umani, così come non ci fa onore l’inquinamento. La cultura va storicizzata e va riaggiornata, proponiamo allora una sorta di Inno alla pace: torniamo ad abbellire le città, creiamo nuova arte di fronte a quella che vorremmo demolire. Evitiamo di commettere altri errori con l’intento di negare il passato, altrimenti produciamo altra mancanza di conoscenza e non si riuscirà mai a creare un futuro in cui la parte culturale abbia un peso (qualsiasi forma di cultura, da quella ecologica a quella alimentare).

Sandro Bisogni, consigliere regionale Marche, esperto in gestione dell’energia

Il problema dei problemi è oggi l’emergenza climatica, gli scienziati dell’IPCC affermano che per avere il 67% di possibilità di limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5°C abbiamo un budget residuale di CO2 da immettere nell’atmosfera che è ormai limitatissimo. Al 21 giugno restavano 316 mld di tonnellate residue e questa cifra scende costantemente. L’umanità immette circa 42 mld di tonnellate di CO2 in atmosfera ogni anno. Prima di arrivare ad una serie di punti critici che decreteranno l’irreversibilità dei danni mancano 7 anni e 6 mesi. E’ angosciante.
Dobbiamo allora creare città studiate per funzionare in maniera sostenibile per contrastare l’emergenza climatica. Le Marche hanno approvato una mozione per riconoscerla, è un primo passo.
Iniziamo dalle cose banali, piantiamo alberi ad esempio, creiamo boschi urbani: assorbono CO2, riducono le ondate di calore, stabilizzano il suolo, riparano dal vento, impediscono la desertificazione, sono indispensabili per gli animali, influenzano positivamente il nostro umore…
In secondo luogo, pensiamo alla mobilità sostenibile. Lo slogan delle Marche è “paradiso del bike”, stiamo investendo in ciclabili ma va ripensata ovunque la mobilità anche interurbana.
Questione energia: le nostre città, viste da tecnico, sono centri energivori, che fare?
Si consuma tantissima energia, dobbiamo allora lottare su 2 fronti:

  • aumentare l’efficienza energetica, continuando cioè a garantire lo stesso livello di benessere ma utilizzando meno energia (basti pensare alla differenza tra vecchie lampadine e led);
  • puntare sulle energie davvero rinnovabili, dicendo un No netto alla combustione (anche a quella delle biomasse ad esempio), altrimenti si immetterà altra CO2 in atmosfera.

Infine, la digitalizzazione/dematerializzazione. Si tratta di un processo fondamentale perché permette di ridurre enormemente il consumo di “materia”, cioè delle risorse che la Terra ci offre, e il consumo di energia per trasformare quella materia in oggetti di uso comune.
Stop anche al concetto di monouso, puntiamo sul riutilizzo per ridurre al massimo quel consumo di materia ed energia.

Marinella Michelato, direttore generale progetto Comunità Solare Locale

La città è per noi la città solare: una città tecnologicamente avanzata che rispetta uomo e ambiente. Nel 2015, dopo una serie di studi condotti dal professor Setti dell’Università di Bologna, sono state fondate le comunità solari, spin off dell’università che individua strumenti da offrire alle famiglie per migliorare il loro livello di informazione e rendere più consapevoli i futuri cittadini solari nel cogliere le occasioni offerte dalla transizione energetica.
Vogliamo alfabetizzare il cittadino sui passaggi da affrontare, forniamo strumenti quali un borsino o un simulatore che porti l’individuo a capire come scegliere il fornitore di energia migliore non soltanto in termini economici ma in base all’utilizzo di energie rinnovabili.
Vogliamo diffondere informazione e cultura, è questo che purtroppo ancora manca nelle famiglie. Dobbiamo cercare di far capire che la questione climatica è importantissima e sono i piccoli gesti quotidiani che portano formazione e informazione e fanno cambiare stili di vita nell’ottica di un maggiore benessere dell’essere umano, ambientale e culturale.
Grazie ad un gruppo di esperti diamo informazioni utili per arrivare ad avere una maggiore efficienza energetica. Abbiamo creato gruppi d’acquisto nella mobilità, informiamo sulle opportunità della scelta di auto elettriche e di mezzi di trasporto sostenibile che possano portare un abbassamento dei livelli di CO2 nell’atmosfera. Abbiamo stipulato convenzioni con le case automobilistiche, il cittadino può così contare sugli incentivi statali ma anche su altri sconti dedicati alla mobilità sostenibile a livello locale. Per noi la mobilità sostenibile è solo elettrica e non può comprendere opzioni come il diesel Euro6, che pulito non è…
Nel 2019 abbiamo aperto il primo Solar Info Store, un ufficio in un centro commerciale aperto a tutti. I cittadini entrano, chiedono informazioni e noi offriamo consigli per poterli traghettare verso la formazione energetica. Non vendiamo niente, soltanto cultura, informazione e formazione per portare le persone ad un mondo a misura d’uomo e generare benessere collettivo.

Roberto di Molfetta, responsabile area Riciclo e Recupero Comieco

Quella per la raccolta differenziata è una battaglia del movimento ambientalista che ha origini lontane ed è ormai praticamente vinta. Se pensiamo alla responsabilità del produttore riguardo gli imballaggi, si tratta di una lotta che ha avuto come risultato il recepimento del decreto Ronchi e, appunto, la raccolta differenziata.
Oggi la maggior parte dei rifiuti in Italia è destinata al riciclo, sebbene abbiamo una quota che finisce in discarica. Dobbiamo essere ottimisti. Il sistema della responsabilità estesa è stato decisivo, le città oggi sono il fulcro del raggiungimento degli obiettivi. Se il panorama nazionale è positivo, sappiamo però che alcune regioni sono indietro. Basti pensare alla Sicilia, dove la differenziata aumenta ma città come Palermo, Messina e Catania non riescono ad organizzarsi adeguatamente e si rischia di avere una vittoria a metà.
Con il lockdown si sono ridotti i flussi di consumo legati alle attività commerciali e la differenziata si è ridotta. In questo periodo, l’industria del riciclo ha tenuto e ha garantito il ritiro dei materiali separati, ma è migliorata anche la qualità della raccolta differenziata. Città con problemi cronici come Roma hanno migliorato la qualità della raccolta soprattutto grazie alle utenze domestiche. Sono spunti da cui ripartire.
Come Consorzio e come sistema Conai abbiamo rinnovato l’accordo con i comuni italiani: per altri 5 anni la filiera della carta e cartone ritirerà questi materiali e metterà in campo il 30% di risorse in più per i comuni. E’ una base importante da cui ripartire.
Ma per entrare davvero in una fase nuova vanno responsabilizzati utenti e aziende attraverso un sistema di misurazione continuo. D’altra parte, siamo comunque un Paese ormai abituato al digitale.
Dobbiamo dare conto in maniera più continua dei risultati e di ciò che funziona o no. Va dato riscontro dei comportamenti, soprattutto di quelli virtuosi. Parallelamente, dobbiamo indirizzare diversamente i nostri consumi.
Infine, un tema nato con la pandemia è quello della sicurezza alimentare. In Italia abbiamo una filiera da 3 mln di addetti che fa registrare una crescita importante: la bioeconomia, di cui fa parte la produzione di imballaggi cellulosici. Su questa filiera si può puntare anche a livello occupazionale. L’auspicio è che diventi una filiera centrale perché riguarda consumi – quindi imballaggi – e qualità della vita estesa.

Mariachiara Tosi, urbanista, professoressa dipartimento Architettura e arte università IUAV Venezia

I documenti più importanti del nostro governo in tempo di pandemia non danno il giusto spazio a territorio e città con le loro diverse caratteristiche. Le città sono molte ed articolate ma trattate nei decreti come se fossero tutte uguali, le grandi metropoli come le città medie e piccoli i paesi. Basti pensare che tutti hanno subito le stesse regole di distanziamento, ad esempio.
La competenza di chi studia le città come gli urbanisti o dal punto di vista ambientale è invece rilevante per definire il ruolo delle città nella vita delle persone e nell’economia del Paese.
Non solo il futuro sarà necessariamente diverso, ma il presente non è ieri. Siamo cambiati e abbiamo cambiato le pratiche d’uso degli spazi urbani, questo non è stato compreso a pieno.
Quando pensiamo alla modificazione di queste pratiche pensiamo anche ad effetti secondari positivi: siamo stati costretti a rimanere a casa a non spostarci, a non usare le auto. Questo ha avuto ricadute importanti e positive. Si stima una riduzione di gas climalteranti nelle città dell’8%, la nostra Ispra stima una riduzione del 5-6%. Le persone devono ora sostare davanti ai negozi, occupano più spazio, le strade e l’aria sono state quindi liberate in parte, ed è stato liberato anche tempo.
Le performance del trasporto locale di superficie sono migliorate: con le strade prive del vecchio eccesso di traffico automobilistico i trasporti sono diventati più efficaci.
Alcune città utilizzano le ricadute positive di questo tipo dovute alle regole del distanziamento come acceleratore dei processi di transizione sostenibile. Anche città italiane come Bologna provano a recuperare gli spazi per ridarli in maniera esclusiva a a pedoni o a chi fa attività fisica, ad esempio. Lo spazio pubblico si è trasformato per tutti e non possiamo tornare indietro rispetto a questo risultato.
Un secondo punto è che le pratiche di questo periodo hanno mostrato la capacità dei quartieri – delle dimensioni ridotte – di opporre resistenza ai cortocircuiti che hanno investito tutte le attività durante il lockdown. Pensiamo alla produzione di prossimità e agli spazi locali ritrovati. Occorrono ulteriori interventi mirati per potenziare i piccoli spazi aperti e la vita di vicinato, con i suoi piccoli negozi e le piccole attività che possono restituire ai quartieri il ruolo che hanno perso.
A Parigi la politica dei 15 minuti a piedi, come in precedenza a Manhattan e a Copenhagen, sta dando risultati, ma ci vuole tempo.
Ultimo tema, quello delle ricadute in termini di povertà della pandemia, evidente soprattutto nelle città. L’emergenza non aggredisce in maniera democratica, né democratico è stato lo stare chiusi in casa durante la quarantena. Chi ha abitazioni ampie vive le situazioni in maniera diversa. Sono proprio i poveri e i più fragili che subiscono le modificazioni ambientali, come in tutte le crisi anche in questa. Ciascuno di noi vede necessario e superfluo in maniera diversa, ma le città devono trasformarsi in maniera solidale attraverso un piano di piccoli interventi che rendano lo spazio pubblico più generoso. Vanno valorizzati spazi e percorsi di prossimità, ampliate le superfici pedonali e ciclabili, favoriti interventi come le piantumazioni e valorizzate le superfici aperte, con il coinvolgimento della rete di associazioni locali perché il futuro sia fatto di città co-progettate.

Matteo Badiali, co-portavoce dei Verdi e di Europa Verde, Vice Sindaco Comune di Zola Predosa

Partendo dalle considerazioni su cosa di positivo e di negativo ci ha dato la pandemia, dobbiamo anche valutare i dati a disposizione e gli obiettivi da raggiungere. La pandemia ha fermato l’economia, quindi è un tipo di economia tossica per il Pianeta. Può essere però convertita.
Durante l’emergenza abbiamo visto le tante novità adottate grazie anche ad associazioni ed imprenditori che hanno colto la situazione per riprogettare il nostro Paese.
E’ il momento della riconversione ecologica, ma sappiamo che è complicato procedere. Dobbiamo partire allora dal fare autocritica per portare avanti il nostro obiettivo. Alcuni temi sono fondamentali. Uno è quello delle città urbane. Dobbiamo valutare la reale impronta delle nostre azioni sul nostro territorio, la famosa “footprint” di ciò che consumiamo. Senza questo approccio non possiamo progettare città autosufficienti e resilienti. Se interroghiamo persone come Paolo Pinzuti sulle distanze medie da percorrere ci risponderebbero che si tratta di tragitti di 5-10 km fino alle destinazioni che vogliamo raggiungere (lavoro, scuola…). E’ un raggio ristretto attorno al quale dobbiamo immaginare la città di domani. Ma pensate a come l’emergenza in territori come il mio ha generato distorsioni incredibili: quando non si poteva uscire non era consentito il km zero ed il motivo è semplicissimo, non abbiamo aziende agricole in zona.


Crisi climatica e pandemia: due sfide per un impegno comune | Sergio Ferraris

Queste 2 crisi hanno in comune il fatto che la crisi pandemica ha messo in crisi un’economia che è assolutamente da riformare in senso ecologico per non ritrovarci nel mezzo della pandemia climatica, vale a dire il risvolto sociale e ambientale del clima.
Nel 2003 a causa dell’ondata di calore che colpì l’Europa si registrarono in Francia 20 mila morti (dati sanità francese). Nel 1960 le temperature notturne sopra la media a Roma erano 3, oggi sono 18, si prevede al 2050 che siano 33 l’anno. Sono segnali del fatto che siamo in piena crisi climatica.
Dobbiamo affrontarla attraverso la mitigazione, limitando al massimo le emissioni (ricordiamo che in questa crisi sanitaria abbiamo fatto solo quello che dovremmo fare ogni anno cioè ridurre del 7% le emissioni, come dicono gli scienziati di fare fino al 2030); le emissioni sono comunque aumentate perché a giugno siamo al 96% delle emissioni prodotte lo scorso anno. Continuiamo con il trend folle di accumulo di CO2 nell’atmosfera. Dobbiamo poi intervenire sul fronte dell’adattamento. La crisi climatica è qui, dobbiamo adattare le nostre società, città e strutture agli effetti di una crisi che sarà anche sociale. Gli strati più poveri saranno quelli più colpiti.

Edoardo Zanchini, responsabile Energia di Legambiente

Siamo dentro una discussione italiana ed internazionale su come uscire dalla crisi sanitaria, sociale ed economica, ma siamo anche dentro una crisi più grande. In 6 mesi (e poi in 10 anni) dovremo cambiare modello energetico, sociale e urbano, altrimenti ci ritroveremo a fronteggiare pandemie ancora più grandi e processi che il mondo mai ha conosciuto prima.
Dobbiamo far capire che le decisioni dei prossimi giorni sono fondamentali.
La sensazione è che la preoccupazione per un’accelerazione verso queste decisioni non ci sia a livello politico. La crisi viene vista come crisi economica ma non si coglie l’intreccio con le altre questioni.
Basti pensare alle infrastrutture, al non-cambio di politiche energetiche… noi ambientalisti dobbiamo farci trovare pronti con proposte alternative, consapevoli che non è così che si affrontano passaggi cruciali.
Il tema della lotta contro i cambiamenti climatici va inserito nel recovery plan che il nostro Paese dovrà presentare a Bruxelles. Al momento si parla di grandi opere e poco altro ma esiste un’alternativa in campo: i passi compiuti in ambito green hanno reso competitivo un modello composto dall’utilizzo delle rinnovabili e da interventi a livello comunale che ha prevalso rispetto a inceneritori, impianti a gas grandi infrastrutture. Questo modello permette di aprire anche cantieri diffusi e dare risposte immediate alle famiglie. Distribuire pannelli solari e creare comunità energetiche permette alle persone di risparmiare e di produrre energia pulita. Tuttavia, osservando come funzionano le politiche del piano energia e clima e ciò che il governo appresta a fare, dobbiamo ammettere che non siamo pronti come Paese.
Nemmeno l’ecobonus da poco varato è all’altezza, servono politiche più concrete.
In secondo luogo, come ambientalisti dobbiamo far capire che vogliamo investimenti e semplificazione come alternativa al piano Corao o altri piani. Non vogliamo il solito elenco di grandi opere. Non si affronta così la crisi, non con un modello che affida a grandi gruppi industriali le opere da realizzare nei prossimi anni ma non dà alcuna risposta nell’immediato. Oggi occorre che vengano aperti cantieri in tutti i comuni, occorre lavorare sul livello delle città. E’ nelle città che si concentra il cuore della sfida. Nelle città aumenta il rischio epidemico, nelle città capiremo a settembre come verrà gestita la paura dell’epidemia.
Ma non basta investire qualche soldo in riqualificazione né è sufficiente parlare di mobilità sostenibile. Le aree urbane devono davvero diventare una priorità. E la questione va legata a quella sociale perché dalla pandemia usciremo più poveri e i quartieri più deboli subiscono maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici. E’ evidente.
Occorre una politica delle città che si occupi di riqualificazione urbana, periferie, che inquadri le comunità energetiche come motore dell’innovazione e lotti contro i cambiamenti climatici preparandosi con analisi e fornendo informazioni perché i cittadini non muoiano di ondate di calore o alluvioni.
E poi c’è necessità di investimenti per rendere le città a emissioni zero grazie a mobilità elettrica ed efficienza energetica. Dobbiamo dire con coraggio che servono più rinnovabili e più impianti. Dobbiamo realizzare più impianti eolici, ad esempio offshore visto che oggi in Italia non ne abbiamo; dobbiamo integrare il fotovoltaico in agricoltura come in edilizia. E dobbiamo dare una prospettiva industriale all’economia circolare.

Ernesto Burgio, virologo

Parliamo da anni di crisi climatica, economica, energetica e in generale di crisi delle risorse. Parliamo di varie crisi, insomma. Ma non parliamo mai della peggiore delle crisi, quella biologica: esiste una crisi degli ecosistemi e della biodiversità ed esiste una crisi del 70% della biosfera, dei microorganismi che la costituiscono. Il viroma, la parte di virus che la compone, è fondamentale. Sono agenti che trasmettono sequenze genetiche tra batteri e organismi: da dove viene fuori allora l’agente patogeno che ci ha bloccati? Era prevedibile questa crisi? Questo virus è davvero così pericoloso? E cosa dobbiamo fare nei prossimi anni per evitare catastrofi? Siamo di fronte a 8 mln di casi e 450 mila morti in pochi mesi, di cui 35 mila solo in Italia e la metà in una sola regione. Questo fa riflettere. Dove abbiamo sbagliato? Quali sono i veri fattori di rischio da evitare e da contrastare?
Prima di tutto, si tratta di un virus naturale, venuto fuori da un pipistrello a causa di 8 mutazioni chiave e tutte nelle stesso punto, non presenti nel virus progenitore ma venuti da un altro animale. Ci indicano che sia avvenuto in natura o, come qualcuno sostiene, in un incidente di laboratorio da cui è emerso un virus che ha fatto un salto di specie e ha provocato drammi biologici con una letalità del doppio rispetto alla spagnola. Il 5% delle persone colpite muore, muoiono inizialmente gli anziani e i più fragili, ma non perché questo virus colpisce solo loro.
Di fronte a questa situazione dovremmo riflettere sul fatto che, sì, l’ambiente è fondamentale e ciò che abbiamo fatto per decenni porta la natura a ribellarsi, ma dal 1997 – quando un bambino muore ad Hong Kong per l’H5N1 (l’aviaria, ndr) – sappiamo che il rischio è enorme. Dal 2015 sappiamo che i Coronavirus dei pipistrelli sono diventati pericolosissimi, ma non abbiamo fatto nulla. Giustamente si parla di priorità e ora la priorità è mettere in sicurezza i sistemi sanitari perché la pandemia si ferma solo se esistono corridoi alternativi per evitare che i virus entrino negli ospedali, se si mettono in campo competenze e sistemi di protezione efficienti. Dobbiamo cambiare tutto in 3 mesi. Ci interessa fare questo? Il problema che abbiamo di fronte è sociale, la popolazione mondiale vive ormai concentrata in megalopoli dove la situazione dei virus si rivela ingestibile. Ma non ne teniamo conto a sufficienza. E’ come se si pensasse che “ambiente” sia solo clima, natura, squilibri macroscopici… ma la biosfera è la parte più sensibile! Non abbiamo ancora inserito questo concetto nelle tematiche principali. La pandemia va compresa all’interno di questo quadro su cui si riflette poco quando si parla di ambiente. Ambiente e salute sono connessi ma occorre parlarne in maniera scientifica e come priorità, altrimenti a settembre il virus ci coglierà ancora impreparati.

Daniela Padoan, presidente associazione Laudato Si’

Credo che la maniera in cui viene affrontato da anni il tema dell’ecologia, anche oggi di fronte agli Stati Generali che ci sono stati imposti, abbia un suo punto di forza nella “reazione mista all’ironia” e nella capacità di legare voci diverse per arrivare allo sviluppo di una strategia comune.
Noi siamo un gruppo di circa 200 persone, tra attivisti ed intellettuali di ogni tipo, che si sono uniti attorno all’enciclica di Papa Francesco, ritenendola capace di abbattere molti steccati. Tutti i nostri ambiti di competenza confluiscono in ciò che l’enciclica chiama “ecologia integrale” e che risponde alle varie crisi – ambientale, climatica, biologica, ma anche politica – e ad un vuoto di rappresentanza che i cittadini sanno comunque rielaborare per riuscire a colmarlo.
Ci basiamo sul concetto che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale, la pandemia ha reso ancora più evidente questa situazione. La crisi che corrode il Pianeta è, da un lato, economica, abitativa, umanitaria, dei diritti, educativa e colpisce la maggior parte dell’umanità già maggiormente esposta; dall’altro lato è di tipo ecologico. Non sono due lati disgiunti, sia nelle cause che nelle conseguenze. Oggi abbiamo 38 gradi nell’Artico, abbiamo assistito alla rottura del Permafrost (passata inosservata a causa della pandemia che l’ha oscurata), siamo di fronte ad un allarme democratico negli Usa, ad una povertà disarmante con la ricchezza che si concentra nelle mani di pochi (26 persone possiedono la ricchezza di 3,8 mld di persone, la metà più povera dell’umanità). In questo scenario si staglia l’immagine che l’enciclica descrive come quella dello “scarto”.
E’ importante precisare che all’enciclica aderiamo in modo assolutamente laico, la maggior parte di noi non si riconosce in alcuna matrice religiosa e la stessa enciclica si rivolge a tutti; ma concordiamo su quest’ immagine dello scarto come risultato del nostro modello di consumo, di produzione e trasformazione, di un’economia estrattiva che depreda senza restituire; scarto sono anche esseri viventi umani e animali la cui vita ha valore scarso o nullo. Siamo di fronte, pur essendo ormai attrezzati all’indifferenza e alla non visibilità, a milioni di schiavi e persone eccedenti. Questo precipizio è stato chiarissimo durante la crisi pandemica in cui l’accesso alle terapie intensive via via in molti Paesi è stato escluso dagli stessi protocolli etici ad anziani polipatologici, a persone con demenza, a persone che venivano valutate addirittura secondo il loro valore sociale, in Alabama come in Spagna.
Gli scarti sono il problema che dobbiamo affrontare, scarti intesi anche come interi continenti o come le periferie delle città. Abbiamo una dimostrazione lampante di quanto poco conti oggi la vita dei neri degli Usa, dei nativi in Amazzonia, abbandonati e preda del virus, la vita dei migranti in mare, abbandonati a se stessi e respinti da un’Europa che usa i droni da lontano solo per vedere i naufragi.
Tutti questo fa parte di ciò che l’enciclica chiama ecologia integrale. Pensiamo possa costituire un progetto di unificazione per tutti, in cui si guarda verso un medesimo orizzonte senza specialismi e senza che si creino contrapposizioni come quella tra economisti ed ecologisti. Una frase di Papa Francesco in chiusura: “Niente di questo mondo ci risulta indifferente”.

Veronica Dini, avvocato esperto di diritto ambientale

La pandemia e la sua lettura in chiave ambientale ci hanno aiutati a prendere coscienza dell’insostenibilità del sistema complessivo in cui viviamo. I dati sono noti da decenni ma finché siamo “lontani dalla diga” percepiamo il rischio come se fosse distantissimo e non come una questione da affrontare nell’immediato; man mano che il rischio si avvicina e nei momenti di crisi percepiamo invece l’urgenza. Sicuramente siamo di fronte ad alcune priorità. Esistono legami fortissimi tra degrado ambientale e crisi sanitaria, inoltre siamo in un modo veloce e iperconnesso: questo significa che siamo più esposti e se qualcosa accade in Cina ormai siamo colpiti anche noi; se deforestiamo l’Amazzonia ci sono conseguenze nel resto del mondo il giorno dopo; se mangiamo carne industriale in Europa ci sono conseguenze anche dall’altra parte del mondo e in maniera molto rapida.
La velocità di sviluppo di questi fenomeni ci pone una sfida e una soltanto: sociale, ambientale, ma in primis una sfida culturale ed etica. La pandemia ha reso evidente questo aspetto. E’ tutta una questione di onestà, dobbiamo allora lavorare su questo, per contrastare un sistema economico, il sistema capitalismo o “neofeudale”, come lo raccontano alcuni in questo periodo. La sfida radicale di cui prendere coscienza subito – non solo nei convegni o nelle occasioni di crisi – è proprio questa.
L’altro elemento importante è l’impegno comune. Di fronte a queste sfide radicali non può che trattarsi di impegno collettivo; le scelte individuali hanno peso soltanto se poi trascinano quel collettivo stesso. Credo che l’ambientalismo debba cambiare e porsi ad un livello più alto di sfida, non possiamo restare in una nicchia e ritagliarci un angolino in un sistema che va invece ribaltato. Si parla di conversione ecologica, ecologia integrale… io parlerei di “conversione ecologica integrale e radicale”, in contrapposizione alta, con un pensiero fatto di ricerca, dialogo, multidisciplinarietà. Deve esserci non una correzione, ma una trasformazione reale. Occorre ricerca, investimento nella cultura, nella scuola, altrimenti non si ha una guida. E serve la mobilitazione: la nicchia non può essere tale anche per numero di persone coinvolte, vanno create alleanze in una sfida globale, considerando l’urgenza e la mancanza di margine di errore, dato che le conseguenze sono ormai drammatiche. Abbiamo bisogno di tutti.
Un altro aspetto che la pandemia ha reso evidente è il problema dell’uguaglianza. La pandemia non colpisce tutti indistintamente, è molto diffusa e quindi tendiamo a pensare che sia così, in realtà ci sono differenze nella reazione e nell’accesso ai diritti, in primis alla sanità. Questo tema della giustizia sociale va affrontato per affrontare ogni tipo di crisi. Occorre fare massa sociale, fare società. Penso al tema dei beni comuni e a ciò che riguarda in particolare ambiente, salute e giustizia sociale nell’ottica della condivisione di risorse naturali finite; dobbiamo ribaltare tutto con interventi economici e giuridici che vadano nell’ottica del contrasto ai privilegi, all’evasione fiscale, alla criminalità organizzata. Non sono questioni distinte dalla crisi, anzi, nei momenti di crisi sono il fattore ultimo e devastante della situazione, assolutamente collegato. Non basta riconoscere diritti, ne abbiamo tanti, dobbiamo tornare ad un’epoca di doveri perché tutti possano accedervi ed esercitarli e tutelarli.

Marco Cappato, Associazione Luca Coscioni

Nel 2020 insieme ad Alberto Maiocchi e Monica Frassoni ho lanciato la campagna Stop Global Warming rivolta alla Commissione Ue. SI tratta di un’iniziativa dei cittadini europei, è uno strumento di partecipazione democratica attivabile anche online. La proposta prevede che l’Ue stabilisca un carbon pricing, un prezzo minimo per le emissioni di CO2 in Europa di 50 euro/tonnellata subito e poi nel giro di 5 anni di 100 euro/tonnellata. Se vengono raccolte 1 mln di firme provenienti da 7 Paesi dell’Ue la Commissione sarà obbligata a rispondere o ad attivare l’iniziativa legislativa, oppure a spiegare perché non vorrà farlo. In realtà sappiamo dalle dichiarazioni di Ursula von der Leyen che si vuole andare verso una tassazione maggiore delle emissioni di CO2 e verso il tax board adjustment, cioè verso la tassazione delle importazioni da Paesi che non prevedono forme di tassazione proprie della CO2.
Quindi è un’iniziativa che vuole sostenere dal basso una politica più coraggiosa dal punto di vista della conversione ecologica del fisco e vuole per aiutare Commissione e Parlamento a superare le resistenze degli stati nazionali.
Vorrei quindi fare un appello militante: l’iniziativa dei cittadini Ue non appartiene a nessuna organizzazione, i dati personali non vengono nemmeno salvati ma soltanto usati dalla Commissione Ue per la verifica delle firme, viene chiesto il numero del proprio documento d’identità perché non si tratta di una petizione come quelle che firmiamo ogni giorno, è uno strumento di partecipazione democratica. Significa che ha un valore istituzionale formale se si arriva al milione di firme.
La campagna è stata creata perché qualsiasi organizzazione, movimento o associazione possa farla propria e realizzarla dai propri siti internet ed iniziative con il proprio linguaggio. Non appartiene ad un’organizzazione, è un modo di dare una spinta alla conversione ecologica del fisco all’unico livello in cui è possibile perché a livello nazionale non si riesce. Bisogna agire a livello almeno Ue sperando che fissare un prezzo minimo per le emissioni spinga altre aree e del mondo ad andare in quella direzione.
Il sito Web è stopglobalwarming.eu.

Gianni Silvestrini, direttore scientifico Kyoto Club

Il lockdown ha generato trasformazioni culturali nelle città più avvedute, dove sono nate ciclabili provvisorie per evitare la congestione di auto dovuta alla ridotta possibilità di utilizzare i mezzi pubblici. E’ interessante questo primo aspetto perché la gente, in Paesi come l’Italia – in cui non c’è una tradizione molto forte legata alla mobilità lenta – scopre che funziona e pressa allora per investimenti seri in questa direzione. In Gran Bretagna sono stati stanziati 2 mld di sterline per ciclabili e isole pedonali.
Un secondo elemento interessante è che vedere l’aria pulita e le città senza auto psicologicamente ha determinato alcune reazioni positive. Sempre in Inghilterra, un sondaggio sul grado di interesse ad acquistare un’auto elettrica ha svelato che dal 16% delle risposte positive di prima del Covid si è saliti a due terzi di cittadini favorevoli. Significa che cambia la percezione del rapporto con la città e questo può sicuramente portare a scelte politiche nuove.
Terzo elemento, connesso agli altri due, la trasformazione energetica.
Crolla l’utilizzo dell’auto, crolla la domanda di petrolio, crolla il prezzo del petrolio. Un basso prezzo del petrolio e del gas generalmente è visto come negativo per lo sviluppo delle rinnovabili e del settore dell’efficienza energetica, ma stavolta non è andata così: le grandi compagnie petrolifere sono state toccate dal punto di vista economico e hanno cambiato rotta. La BP ha annunciato 1.000 licenziamenti ma anche la diversificazione verso le rinnovabili. Ed ecco allora che le rinnovabili vengono viste come la soluzione per il mondo dell’energia e per i produttori di auto. Siamo in una situazione in cui si accelerano alcune trasformazioni tecnologiche. Inoltre molti Paesi hanno alzato i propri obiettivi sul fronte della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili.
Le comunità energetiche avranno uno sviluppo notevolissimo ma occorre trovare il coraggio di raggiungere gli obiettivi di produzione di energia pulita (in Italia è fissato al 55% al 2030 ma verrà alzato sicuramente), si dovrà pensare di porre il fotovoltaico anche a terra, non c’è dubbio, soprattutto se vogliamo raggiungere un 100% di rinnovabili negli anni a venire.
E allora vanno affrontati altri temi, come il rapporto tra impianti e paesaggio, si parlerà di soluzioni come gli archi fotovoltaici, nelle zone agricole abbandonate si potrebbero installare moduli sollevati per coltivare al di sotto e portare l’acqua in zone aride per sfruttare quel suolo… Bisogna scegliere l’innovazione.
Infine, il Green Deal Recovery Plan. Serve un piano serio che rientri nelle indicazioni dell’Europa, green, digitale, resiliente. Abbiamo l’occasione per farlo, il problema è la scarsa sensibilità del nostro mondo politico rispetto a ciò che accade in Europa . Per questo occorre un cambiamento culturale che arrivi dal basso. Alcuni Paesi già hanno adottato politiche virtuose, ad esempio Germania e Francia danno incentivi alle auto elettriche mentre noi li diamo al diesel e variamo un eco bonus con dei limiti enormi sul fronte dell’efficienza energetica. Dobbiamo definire scenari in cui le risorse vengano impiegate verso una conversione ecologica dell’economia in tutti i settori: trasporti, edilizia, industria, rinnovabili, agricoltura. Chi ha cultura nuova deve spingere perché queste diventino le idee dominanti.

Luca Bergamaschi, ricercatore Istituto Affari Internazionali

La pandemia ci lascia un ecosistema di punti di non ritorno e le scelte di oggi si riveleranno una via d’uscita o la tempesta perfetta.
Il primo punto di non ritorno è climatico e di biodiversità, il secondo è un punto di non ritorno economico e finanziario: i costi delle tecnologie pulite sono al pari di quelle fossili e oggi, rispetto al 2008, possiamo investire con costi persino più bassi in queste energie, è quindi un punto di non ritorno positivo. Anche a livello finanziario abbiamo un punto di non ritorno positivo: la finanza ha capito che la creazione di valore in questo secolo è cambiata rispetto al secolo scorso e c’è un ri-orientamento delle decisioni degli investitori nel capire quale sia il valore sostenibile di lungo periodo. Ma c’è la questione del debito e la portata storica del volume di investimenti che abbiamo oggi, unico, che non si ripeterà a breve. Le scelte sono di portata fondamentale, anche quella di immetterci o meno in una traiettoria di emissioni in linea con la climalità neutralica al 2050 degli accordi di Parigi.
Un altro punto di non ritorno è sociale. Il lockdown ha accelerato il cambiamento delle scelte dei cittadini, del consumatore, ha innescato preferenze sul fronte della mobilità ad esempio e ha aumentato la sensibilità verso l’inquinamento atmosferico e verso la comprensione di quanto siamo vicini ad un picco di consumi, quindi ad un cambiamento radicale del consumo nelle nostre economie.
L’ultimo punto di non ritorno è politico. Dalle elezioni europee del 2019 il movimento ambientalista è entrato nel mainstream politico e fa parte di molte forze di governo in Europa. L’Italia è un fanalino di coda, in questo senso.
Dobbiamo comunque ricordare di pensarci in ottica globale: l’Italia ha bisogno del mondo e viceversa e l’Italia deve anche capire che ruolo ha in Europa se vuole contare. Dopo la Brexit avrà un peso ancora più, ma come utilizziamo la nostra voce? Senza Europa chiaramente non possiamo accelerare la decarbonizzazione domestica e degli altri Paesi, perché la sicurezza climatica dipende anche dagli alti Paesi. Cosa offriamo a Paesi come la Cina o l’Africa e cosa chiediamo?
Abbiamo due appuntamenti in cui saremo al posto di comando il prossimo anno: la presidenza del G20 nel 2021 e la copresidenza della Cop26 a novembre 2021.
Come proiettiamo come Italia ed Europa l’idea del Green New Deal nel contesto internazionale?
Non è solo un fattore ambientale, è anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Infine una dimensione regionale: come ci pensiamo nel Mediterraneo? Alla luce di alcuni fatti come la vendita di 2 fregate all’Egitto, vediamo come manchi l’idea di un interesse nazionale legato ad un’ottica di stabilità di lungo periodo. Dobbiamo pensare ad un interesse nazionale non trainato dall’esplorazione o dal trasporto di gas o dalla vendita di armi ma che sia cooperazione sul Green New Deal nel Mediterraneo.
Come ripensare il Mediterraneo alla luce dei rischi climatici? Come declinare allora il Green New Deal in quest’area?
La leadership e la credibilità iniziano a casa nostra. Dobbiamo declinare il Green New Deal nel modo più concreto e ambizioso possibile, ad esempio pensando un Green New Deal per gli impianti di Taranto, uno per il complesso delle raffinerie di Siracusa, uno per quelle di Ravenna… definendo il patto sociale che offriamo alle singole realtà.
Sono 2 i processi da portare avanti in parallelo: investimento in processi industriali come l’acciaio pulito, compatibili con la neutralità climatica; gestione di una transizione giusta per i lavoratori e le comunità colpite dalla transizione.

Dario Ballotta, presidente Osservatorio Trasporti e Infrastrutture

Inizio parlando della mia zona, la zona di Brescia, dove le condizioni ambientali, climatiche, occupazionali e sociali oltre che sanitarie sono gravi. Siamo un nodo importante sull’asse Est-Ovest, tra Verona e il Brennero. Cito il Brennero perché l’Austria ha deciso di fare della sua parte un corridoio green vietando il passaggio ai tir che non sono Euro6. L’Italia non ha risposto allargando il divieto in modo che sia in vigore da Verona a Innsbruck ma pretende che transitino da quel varco Euro4 ed Euro3 per non mettere in difficoltà la nostra economia.
Il nostro ministro dei Trasporti all’epoca del varo del decreto clima, che prevedeva di abolire gli sconti sulle accise del consumo di fonti fossili, ha deciso che quegli sconti per gli autotrasportatori rimanessero validi. Insomma, si dice una cosa ma se ne fa un’altra.
Con la stessa logica, in questa fase post-epidemia è consentito ai tir di viaggiare la domenica e si nega così ai camionisti il riposo.
Dobbiamo cercare di sviluppare la nostra azione concretamente, anche contestando le scelte politiche, quando si parla di questioni come quella della mobilità e dello sviluppo della mobilità sostenibile.
Sia per il trasporto merci che per il trasporto passeggeri le cose non vanno bene.
Abbiamo il parco auto più importante d’Europa e un eccesso del trasporto merci su gomma.
Faccio riferimento ancora al ministro perché è di Piacenza e lì si trova una sede di Amazon, che a livello governativo e periferico tutti sembrano sostenere dicendo che, proprio grazie a queste piattaforme logistiche, si recupereranno sviluppo e crescita occupazionale. Ma per ora crescono soprattutto lo sfruttamento delle persone e del territorio. Da 12 mln di aree logistiche si è passati in pochi anni a 15 mln. Che fare? Dobbiamo regolare lo sviluppo di queste piattaforme.
Altro aspetto cruciale, l’occupazione. Sembra non essere possibile mettere in discussione Ilva altrimenti si mettono in discussione centinaia di migliaia di posti di lavoro; lo stesso discorso vale per Alitalia, che negli ultimi 20 anni ha fatto da “Inps sostitutivo”, attirando sotto la propria sfera di influenza una serie di aziende in crisi in un mercato monopolista. Il risultato è che oggi si trovano 3,5 mld da spendere per un carrozzone pubblico, giustificando questa azione con la tutela di 10 mila addetti da occupare, ma poi non si trovano un paio di mld per le scuole. E’ importante allora far sapere che l’occupazione non si difende sostenendo imprese che da 20 anni sono sull’orlo del fallimento.
Un ultimo commento sul “modello Genova”: si saltano le gare evitando regolamentazioni e facendo riferimento ad un contenimento dei costi. Non è più possibile. Come fare allora investimenti in un piano da 200 mld così importante? E’ utile riflettere e avanzare proposte alternative.

Giulia Persico, attivista climatica

Cosa ci ha insegnato la crisi sanitaria? Innanzitutto l’urgenza. Si dice sempre quando si parla di crisi climatica che non abbiamo più tempo. A questo punto dobbiamo capire come utilizzare gli insegnamenti che la pandemia ci ha lasciato.
Uno di questi è l’importanza del dialogo sociale: tutte le parti devono essere coinvolte in un’ottica di giustizia climatica.
E allora parliamo di un concetto chiave: “giusta transizione”. Si tratta di politiche e processi indirizzati a non far pagare i costi della neutralità climatica a lavoratori e zone che affidano ancora il proprio sviluppo economico ai combustibili fossili.
Questo concetto serve a creare un nuovo modello in cui il lavoratore è posto al centro, le piccole e medie industrie non vengono mai lasciate da sole e la povertà viene eradicata.
Sono decenni in realtà che si parla di “just transition” e dovremmo rifarci a questo concetto, inserito nel Green New Deal europeo. La Commissione Ue ne ha fatto un pilastro del Green Deal Investment Plan, creando un meccanismo apposito, Il Just Transition Mechanism che racchiude il fondo per la giusta transizione. Noi italiani potremo avere accesso al fondo per le zone di Taranto o Porto Torres ad esempio. L’idea dell’Ue è il “No One Behind”.
Il mio monito è proprio questo: trasporre nella nostra Italia queste politiche. La prospettiva è quella di lavoratori che non vengono abbandonati durante il cambiamento e che possono reskillarsi sviluppando nuove competenze in questa fase perché si dà spazio alla formazione e si creano lavoratori sostenibili.
Come giovani, abbiamo poi il problema del precariato che questa crisi ha fatto emergere ancora di più.
La nuova generazione spinge per avere lavori verdi, per un futuro migliore non solo a parole (le parole del greenwashing). Dopo la crisi pandemica il fondo per la giusta transizione è stato portato a 40 mld. E’ stata compresa l’importanza della giustizia climatica e del lavoratore, del dialogo sociale, del coinvolgimento di tutti gli stakeholder. Anche l’Italia deve dimostrare di aver compreso e di voler coinvolgere tutti, senza lasciare indietro nessuno, trasformando le politiche in azioni concrete.

Elena Grandi, co-portavoce Verdi

Crisi climatica e pandemia sono connessi, aver forzato la mano ci fa ora pagare un prezzo molto alto. Siamo oggi consapevoli anche del valore delle spinte positive verso la conversione ecologica e verso uno sviluppo resiliente e sostenibile, verso un modello economico rispettoso del’ambiente e del concetto di giustizia ambientale e sociale.
Ci chiediamo con amarezza come mai queste spinte positive non le senta chi ci governa in questo momento. Riteniamo che le azioni da fare debbano essere immediate. L’Italia ha acquisito credibilità in questi mesi, nonostante tutto, ma si va a rilento. Si parla ancora di sussidi per auto a diesel e benzina, nessuno immagina invece di sospendere quei 19 mld di sussidi alle fonti fossili/inquinanti per destinarli ad azioni di tutela della conversione ecologica.
Questa conversione sappiamo da anni che può aprire le porte a nuovi lavori ed occupazioni e a una nuova maniera di concepire il mondo del lavoro stesso, maniera che dovrà essere lo strumento di risoluzione della crisi, uno strumento che non abbiamo messo in atto. Continuiamo a portare avanti politiche di austerity e modelli di economia lineare e non circolare. Dobbiamo allora ripartire dalle azioni quotidiane di ognuno di noi, da consumi più ecologici, ma abbiamo bisogno di una risposta della politica per vedere i frutti dell’impegno di tutti noi (persone, attivisti, studenti, famiglie…).
La rete esiste. Abbiamo una rete di donne e di uomini che viaggiano la stessa direzione. L’intento è alimentarla e di non abbandonare nessuno di noi perché questo modello ci farà davvero uscire dalla crisi.
I mesi estivi saranno di galleggiamento, ma in autunno cosa accadrà? Non è con i racconti del governo che si risolverà il problema dei cassintegrati, degli stipendi dimezzati o dei licenziamenti.
Abbiamo davanti un impegno enorme come italiani, cittadini, padroni del nostro Paese. Le persone sanno e devono sapere che il bene comune non è un concetto astratto, è essere parte di qualcosa che ci appartiene. E il nostro futuro appartiene davvero a tutti.

Pippo Onufrio, Greenpeace

Lo studio che abbiamo presentato e che include scenari energetici compatibili con l’accordo di Parigi per l’Italia dimostra che la posizione di Greenpeace a livello nazionale – insieme alle associazioni del Climate Action Network che chiedono la decarbonizzazione dell’Europa entro il 2040 – è fattibile dal punto di vista delle tecnologie e dal puto di vista economico, ma presenta comunque alcune criticità sul fronte delle rinnovabili.
Il potenziale italiano è indubbio: siamo il Paese del sole, abbiamo un potenziale eolico importante sebbene più piccolo rispetto a quello solare (ma non consideriamo ancora l’eolico galleggiante che potrà dare contributo significativo), abbiamo un solare termico pronto a dare un contributo altrettanto importante.
I costi delle rinnovabili al 2030 vengono pareggiati dai risparmi in combustibili fossili, in particolare del gas, che gioca un ruolo via via sempre minore. Dovranno essere sviluppati altri combustibili nella filiera dell’idrogeno e combustibili di sintesi prodotti a partire da rinnovabili.
Questo può accadere però ad alcune condizioni. La prima è sveltire le autorizzazioni, consentire un uso estensivo dell’agrivoltaico, che già esiste, facendo convivere la produzione energetica e quella agricola grazie a pannelli posizionati non a terra ma su supporti per far sì che si coltivi al di sotto di essi e si generi anche elettricità come reddito per le aziende agricole. La seconda condizione è supportare il rifacimento di impianti eolici e fotovoltaici grazie a procedimenti autorizzativi una formalità essendo impianti già esistenti. Inoltre, occorre smetterla con l’idea dell’intoccabilità del paesaggio rispetto all’eolico. Il paesaggio sta già mutando per via dei cambiamenti climatici, assistiamo a migrazioni di specie verso nord. Non vuol dire comunque non prestare attenzione al paesaggio, anzi.
La vera battaglia è per un piano nazionale in cui il ruolo del gas venga ridimensionato. 166 mila di lavori diretti, molti più di quelli del piano del governo, dimostrano che economia e occupazione possono andare di pari passo in un’opera di modernizzazione ambientale del Paese che deve avere assolutamente una base energetica rinnovabile.


Green Deal e Recovery Fund: un’Europa verde post-Covid | Gianfranco Mascia

Enrico Giovannini, portavoce Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile)

Domanda: La richiesta al governo è di inserire nella Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile…
Insistiamo su questo inserimento già avvenuto in altri Paesi perché si tratta del principio di “giustizia tra le generazioni”. Nel secondo dopoguerra quando sono state scritte le Costituzioni si aveva il mito della crescita continua e sappiamo quante leggi – una delle ultime è “quota 100” – siano state scritte scaricando il costo sulle generazioni future.
Abbiamo una proposta di legge già in Parlamento, il presidente del Consiglio si era impegnato e tutte le forze politiche tranne Lega e Fratelli d’Italia si erano rese disponibili a sostenerla. Il Consiglio Regionale del Veneto ha fatto sua questa proposta e ha proposto a sua volta una modifica allo statuto regionale.
Non si tratta solo di una questione ambientale, questo aspetto va oltre. E’ una battaglia da intraprendere. La direzione da seguire è verso l’Europa e avere questo principio significa lottare per l’abrogazione di leggi che lo contrastano.
Domanda: avrebbe preferito che tutti i temi della green economy fossero stati compresi negli stati generali del governo?
Dopo di noi al tavolo degli Stati Generali dell’Economia si sono sedute le organizzazioni ambientaliste e abbiamo trovato una bozza di programma in cui si ritrovano molte parole chiave coerenti con l’impostazione di ASVIS e con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Si ritrovano anche le 3 priorità del rapporto Colao: innovazione e digitalizzazione, transizione ecologica, lotta alle diseguaglianze specie quelle di genere.
Bisogna però tradurre le idee in fatti. Segnalo allora un punto del rapporto Colao passato forse in secondo piano e che rappresenta la battaglia comune che dovremmo condurre: la proposta di cambiare la definizione di “infrastrutture strategiche” perché siano quelle che aiutano l’attuazione del Green New Deal. Mi sembra un passaggio importante, gli esempi parlano di transizione energetica, difesa del territorio, tutela del capitale naturale… se riusciamo a far passare questo messaggio tutti insieme le cose cambiano. La strada è lunga perché molti pensano alle solite infrastrutture e si rischia davvero di ottenere l’ennesima colata di cemento. Abbiamo letto in quelle schede temi come la lotta al consumo di suolo, ad esempio. Da 10 anni non si riesce ad avere una legge ad hoc. Vale la pena nei prossimi 6 mesi di incalzare il governo perché metta a punto un piano che consenta di avere fondi europei e perché si arrivi ad attuazioni a breve termine. Fridays for Future, Asvis e Sbilanciamoci hanno fatto riferimento ai 19 mld di sussidi dannosi, stiamo facendo alcune analisi perché crediamo che la strada per la cancellazione si sia allargata: è crollato il prezzo del petrolio e resterà basso per anni, quindi ha senso per lo Stato smettere di erogare ulteriori sussidi. La proposta alternativa è dirompente. I sondaggi dicono che l’attenzione degli italiani verso i temi ambientali è cresciuta nettamente. Si possono trasformare quei sussidi in: 10 mld di tagli del cuneo fiscale, cioè incentivare le imprese che non necessariamente consumano energia ma creano lavoro; 5 mld di sussidi per le imprese che vogliono trasformarsi in senso ecologico; 4 mld per un piano di occupazione giovanile e femminile, le 2 categorie più colpite dal Covid.
Oggi credo che l’opinione pubblica sarebbe disposta a sostenere una proposta shock come questa, considerando anche che entro il 2015 dobbiamo cancellare quei SAD e trasformarli in SAF. L’economia ha bisogno di shock positivi.

Alexandra Geese, europarlamentare Verdi Germania

La sostenibilità ecologica e climatica deve andare di pari passo con quella sociale. Le diseguaglianze di genere sono una forme di diseguaglianza della nostra società tra le più negative, con conseguenze gravi sul livello di benessere e sulla convivenza. Il covid ha accentuato questo aspetto. Le lavoratrici essenziali sono state in questi mesi soprattutto donne. Ma gli investimenti previsti a livello europeo, giustamente, sono per una modernizzazione dell’economia in senso ecologico e digitale. Intanto la disoccupazione è concentrata nei settori in cui si lavora a stretto contatto con le persone e in settori in cui la quota di occupazione femminile varia dal 60 all’80%. Le donne perdono quindi il posto di lavoro e sostengono anche il lavoro di cura dovuto al fatto che le scuole sono chiuse e che ci sono persone malate a cui badare. La divisione di modelli di ruolo fa sì che a casa restino le donne. In Italia il 20% ha smesso di lavorare nell’ultimo mese senza nemmeno risultare nelle cifre della disoccupazione perché non sono disponibili a lavorare.
Gli investimenti europei però sono indirizzati a settori quali edilizia, trasporti, rinnovabili e digitale (e li sosteniamo), settori in cui la quota di impiego femminile è tra il 10 e il 20%.
Se questo piano funzionasse non creerebbe molta occupazione per chi il lavoro lo sta perdendo. Nel digitale, ad esempio, mancano persone specializzate, già adesso le aziende assumono. Il problema restano quindi i settori in cui lavorano le donne.
Proponiamo allora un equilibrio ragionevole tra investimenti in sostenibilità ecologica e digitale e investimenti in eguaglianza sociale: vogliamo investimenti che puntino ad eliminare la diseguaglianza di genere ed investimenti in economia della cura. Avere più personale significherebbe tenere aperte le scuole più a lungo e organizzare la cura di anziani senza sfruttare il lavoro di migranti o di persone che lavorano in modo non retribuito.
Studi recenti dimostrano che un investimento nell’economia della cura riesce a creare il doppio di posti di lavoro rispetto ad un investimento nel settore delle costruzioni; in alcuni Paesi addirittura 6 volte il numero di posti di lavoro rispetto ad un investimento in altri settori.
Dobbiamo guardare alla sostenibilità sociale per generare benessere per tutti.
Possiamo chiederlo già adesso. Lo chiediamo con la campagna #halfofit: vogliamo che la metà dei fondi spesi per la ripresa dopo il Covid sia destinata alle donne. Le valutazioni di impatto di genere dimostrano che se non spendiamo metà dei fondi a favore delle donne non avremo mai sostenibilità.

Mario Giro, esponente di Demos

Domanda: dici sempre che senza “pathos solidale” l’Europa non si salva, con le misure attuali si è fatta sentire a sufficienza?
La strada da fare è lunga ma abbiamo assistito ad un cambiamento anche di pathos e sentimento con il recovery fund. Ciò che l’Europa ha perso negli anni della crisi migratoria lo sta recuperando adesso, forse. Di sicuro ha la grande possibilità di renderci più coscienti di quanto siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo uscirne insieme.
Adesso o mai più. Se non ora quando.
Ora l’Europa deve far sentire quanto è utile. La Commissione Ue credo dovrebbe usare di più il suo potere legislativo e creare anche crisi istituzionali interne nei confronti del Consiglio Ue, come altre volte ha fatto. Dalla Commissione Barroso in poi decide in sostanza il Consiglio Ue.
Penso che qualunque disposizione sul Green New Deal debba collegarsi con il discorso sulla sicurezza umana. La pandemia ha mostrato quanto siamo deboli e fragili. In fin dei conti, l’unica cosa che siamo stati in grado di fare è stata autoisolarci con il lockdown come facevano gli antichi che non avevano la virologia moderna. Significa che abbiamo un problema serio in termini sanitari e sociali. Qualunque cosa che riguardi la sostenibilità deve incrociarsi necessariamente con questo problema.
Domanda: 3 settori fondamentali – welfare, sanità e educazione – sono quelli maggiormente messi in crisi dalla pandemia, dobbiamo investire su questi, considerando che anche l’Europa li considera fondamentali?
Innanzitutto una considerazione. La sanità non è ancora materia comunitaria, da questo punto di vista abbiamo soltanto progetti pilota. Sul welfare ci sono criticità. Per quanto riguarda il lavoro la questione è molto dibattuta. La crisi ci ha mostrato chiaramente che il lavoro non è un fattore di produzione. La crescita non basterà a riassorbire le migliaia di persone che devono trovare lavoro in Europa, Africa, Sudamerica, in tutto il mondo.
Tutto ciò che va nel senso della crescita, anche i lavori considerati nuovi o strategici, non basterà. Dobbiamo inventare un nuovo paradigma di attività e lavoro che vadano nel senso della sicurezza umana. Il settore privato e pubblico comunque non riusciranno a creare il lavoro che serve, quindi è ora di abbandonare l’idea del lavoro come fattore di produzione e di mettere in crisi paradigmi economici usati per centinaia di anni.

Sarah Brizzolara, attivista Fridays for Future Italia e Milano

Durante il lockdown abbiamo tentato di non fermarci e abbiamo spostato i nostri scioperi online nella piazza virtuale, rendendoli digital strike. Abbiamo poi incrementato il lavoro di informazione sui social e abbiamo lanciato la campagna “Ritorno al futuro” per chiedere che la ripartenza guardasse alla natura e alla riconversione energetica. Abbiamo notato durante il lockdown che la natura vive meglio senza di noi, così abbiamo tentato di ribadirlo e abbiamo raccolto oltre 10 mila firme. La campagna è stata realizzata insieme a 50 scienziati italiani e con l’adesione di realtà come Greenpeace, Legambiente, Fiab e vari collettivi studenteschi. Con questa campagna vogliamo chiedere che la ripresa sia all’insegna di investimenti nella transizione ecologica: si creerebbero migliaia di nuovi posti di lavoro investendo in rinnovabili, efficientamento energetico, mobilità sostenibile.
La campagna si articola in 7 punti, il concetto fondamentale è quello degli investimenti nella transizione ecologica a cui si aggiunge la necessità di investimenti altrettanto importanti, quello su istruzione e ricerca, magari spostando su questi settori gli incentivi che oggi vanno alle fossili.
Domanda: Rispetto al ruolo dell’Europa cosa ne pensate? Voi siete già connessi con il mondo, credi che questa rete possa aiutare l’Europa a portare avanti il Green Deal e a prendere ancora più consapevolezza dei problemi ambientali?
Lo spero, uno dei punti di forza di Fridays for Future è essere un movimento globale. Siamo tutti interconnessi sul Pianeta, ma allo stesso tempo tutti dobbiamo agire localmente. Il Green Deal prevede una buona tabella di marcia e una serie di azioni a tutela della biodiversità e volte a rendere il continente neutrale dal punto di vista carbonico. Ma bisogna fare massa critica, anche il resto del mondo deve mettere al centro le nuove generazioni.

Carlo Cottarelli, Economista

Domanda: l’Italia si deve preparare ad investire il denaro disponibile con un piano, lo sta facendo attualmente?
Non saprei, l’impressione è negativa. In passato abbiamo utilizzato tutti i fondi strutturali dell’Ue, non abbiamo perso finanziamenti ma ci muoviamo sempre in ritardo e li usiamo male. Invece è il caso di farlo bene. In questo momento c’è disponibilità da parte dell’Ue a sostenere investimenti verdi, ma bisogna essere pronti. Sto scrivendo in questo periodo un lavoro commissionato dal Parlamento Ue su come incorporare nelle regole sui conti pubblici la necessità di Green Public Investment. Da parte del Parlamento c’è quindi interesse per questi temi.
Ma ricordiamo che gli investimenti verdi che fa un Paese vanno poi a vantaggio di tutta l’area. Il problema del riscaldamento globale non ha frontiere. E’ un motivo fortissimo perché questi investimenti ricevano un finanziamento europeo e siano finanziati con debito europeo.
Ovviamente se si richiedono a prestito soldi insieme – come previsto dal Recovery Fund – si decide anche insieme come utilizzarli anche se l’attuazione riguarda poi i singoli Paesi. Vuol dire che dobbiamo essere pronti a presentare piani in cui si dimostra che quei soldi saranno spesi bene per investimenti verdi che fanno bene tutta l’area.
C’è però un aspetto preoccupante. Se guardiamo agli ultimi decenni, nei periodi di crisi economica l’ambiente è passato in secondo piano. Negli anni Sessanta si iniziava a parlare di inquinamento, poi la crisi del decennio successivo l’ha spazzato via fino agli anni Ottanta quando si è iniziato a parlare di problemi seri come il riscaldamento globale.
Ecco, siamo in un momento di crisi e potremmo soffrire lo stesso problema, occorre un impegno politico perché non accada, occorrono investimenti pubblici verdi e ricordiamo anche la carbon taxation: chi inquina non deve ricevere sussidi ma deve ance pagare tasse che scoraggino l’uso di energia che emette CO2 ad esempio. Il recovery fund dovrebbe essere anche finanziato con le carbon tax, ma sarà difficile ottenerle per questioni di negoziazioni a livello internazionale.

Benedetto della Vedova, +Europa

Domanda: siete tra coloro che pensavano che Conte dovesse chiedere il MES, perché?
Next Generation EU è un intero pacchetto messo in campo dall’Europa ma non è una novità per noi sostenere questo aspetto. Il nostro futuro migliore è europeo. La risposta alla crisi è stata potente e rapida rispetto a quella precedente e segna un salto di qualità nei meccanismi di solidarietà, in primis quelli finanziari. Usiamo allora i soldi disponibili di un fondo di cui siamo soci, usiamoli per il settore sanitario e per la sanificazione delle scuole, poi andiamo al passo successivo: essere più credibili in un negoziato non ancora chiuso. Parlamento e Commissione si sono espressi, sono state avanzate proposte importanti in termini di risorse, ora resta il ruolo degli Stati. Le istituzioni hanno fatto la loro parte. Non prendere il Mes significa anche essere più deboli, inviare soldi ma non volere poi indietro le risorse disponibili.
C’è poi un punto positivo da evidenziare, l’idea dei beni pubblici europei, la dimensione pubblica per la raccolta di risorse e per il finanziamento di beni pubblici attraverso anche il settore privato.
Gli italiani devono fare i conti con il fatto che certificheremo di non essere più un Paese che assiste i meno ricchi e di diventare un Paese assistito, di sicuro riceveremo un trasferimento di risorse dalla Germania. I progetti devono permettere di recuperare il terreno perso, altrimenti certificheremo anche di esser una sorta di Sud dell’Europa e di non essere protagonisti di un’Europa più forte in prospettiva. Dobbiamo lavorare sul tema della sostenibilità, per inserire il principio di sostenibilità ambientale e finanziaria in Costituzione. Ma una società piena di debiti non è sostenibile.
Infine, sono due i driver da unire: ambientale e digitale.
Dobbiamo evitare che nel momento di debolezza economica perdano popolarità le questioni ambientali. E quei due driver devono avanzare insieme. L’economia deve sfruttare tutte le nuove tecnologie per essere competitiva sul piano mondiale. Serve una trasformazione digitale e ambientale in potente sinergia. L’augurio è che il confronto su Next Generation Eu tra liberaldemocratici e verdi sia costante, anche perché siamo tutti all’opposizione di un governo che parla di sostenibilità finanziaria ma evita di toccare argomenti caldi come Alitalia e quota 100. Confrontarsi insieme guardando al futuro grazie all’Europa ci consente non solo di riflettere ma di ricevere risorse che ci permettono di acquisire competitività.