Su Silvia Romano, una campagna denigratoria e misogina

Silvia Romano

La campagna di odio che si è scatenata nei confronti di Silvia Romano desta preoccupazione e sgomento. Da quando è tornata in famiglia, la cooperante sembra essere sottoposta a una nuova forma di reclusione a causa degli insulti e minacce che la inseguono costantemente, non ultima quella lanciata alla Camera dei Deputati dal leghista Alessandro Pagano che ha accusato la giovane di essere una “neoterrorista”.

Non bastava tutta la misoginia che si legge sui profili social di esponenti politici e personaggi pubblici, ancora a tre giorni dal suo rientro in patria, per come è vestita, per il suo sorriso, per la sua conversione. Parole d’odio che hanno spinto la Procura di Milano ad avviare un’indagine contro ignoti.

Ancora una volta una donna giudicata e condannata dai severi giudici del web i quali non sono stati minimamente sfiorati dal pensiero che determinate scelte possano anche essere dettate dalla necessità di sopravvivere e dalla paura di essere uccisi. Per loro, una donna non è in grado di compiere scelte autonome, dunque o è stata plagiata o è stata strumentalizzata. Del resto molte altre donne vengono valutate per come si vestono e come si pettinano anziché per le loro capacità nel lavoro e per i valori che difendono.

Sull’altro piatto della bilancia rispetto a Silvia Romano, poniamo Alessandro Sandrini, liberato a maggio del 2019 dopo essere stato rapito in Siria nel 2016. Poco importa che, prima del rapimento, fosse comparso due volte in tribunale, per rapina e ricettazione: si tratta di un uomo, non di una donna che, secondo i sostenitori della teoria “prima gli italiani”, deve essere protetta e tutelata e soprattutto non deve mettere in discussione un’esistenza fatta di Dio, – quello giusto, naturalmente, – Patria e Famiglia.

A questi critici impietosi che augurano l’impiccagione a una giovane donna coraggiosa, noi vogliamo contrapporre le due Simone, le cooperanti rapite a Baghdad nel 2004, che al rientro indossavano lunghi caftani colorati e dichiaravano che non avrebbero interrotto il loro lavoro; Carola Rackete, per cui l’aspetto e l’abbigliamento non hanno alcun valore di fronte alla vita umana; Giovanna Botteri, colpevole di essere spettinata ma anche una delle giornaliste più in gamba che ci siano in Italia.

Ci domandiamo dove siano i limiti di questa classe politica che ha portato l’odio nelle più alte Istituzioni del Paese e che ogni giorno continua a oltraggiare la storia d’Italia e di tante donne con la propria inadeguatezza. In un Paese normale, sarebbe accompagnata alla porta.

Laura Russo e Silvana Meli