L’Amazzonia brucia ancora. Il viaggio di Angelo Bonelli

L’Amazzonia che brucia la vediamo dai satelliti: più 222% di deforestazione tra agosto 2018 e agosto 2019 secondo l’Inpe, Istituto di ricerca spaziale brasiliano. Quella che muore per l’inquinamento, l’aggressione agli indios e alle riserve, l’espansione delle monocolture di soia e miglio, fa meno clamore. Può essere solo raccontata dal vivo. Lo fa Angelo Bonelli, coordinatore dei Verdi, appena tornato da un viaggio nella parte selvaggia del Parà, uno stato del Brasile settentrionale.

Un bilancio della visita, in una parola?

Dolorosa. Tra gli anni ’90 e 2000 ho trascorso lunghi periodi in Amazzonia. Oggi fatico a tornarci, perché fa male. In quel posto soffre la natura, ma soffrono anche gli uomini”.

Chi in particolare?

“Gli indios, che nessuno protegge dagli abusi dei coltivatori e dei cercatori d’oro. Le riserve, che il governo del presidente Jair Bolsonaro minaccia di ridurre o chiudere. Gli attivisti per i diritti degli indigeni che, come Chico Mendes trent’anni fa, vengono continuamente minacciati di morte. Lunedì scorso uno di loro, Maxciel Pereira dos Santos, è stato ucciso con un colpo alla nuca di fronte alla famiglia a Tabatinga, una cittadina nella foresta”.

C’è stata una grande mobilitazione quest’estate per l’Amazzonia. È stata efficace?

“Una reazione forte c’è stata in Brasile quando Bolsonaro ha accusato le ONG di sfruttare la foresta per fare i loro affari. È un ragionamento per certi versi simile a quello italiano, dove a essere attaccate sono le ONG dei migranti. Segno che quando va al governo, una certa destra segue schemi di pensiero prefissati. Poi c’è stato il fronte internazionale del G7. Ma che frutti concreti ha prodotto? Toccherebbe ora all’Europa imporsi, visto che sta negoziando l’adesione al Mercosur e può imporre le sue condizioni”.

Come si fa a salvare l’Amazzonia?

“Dichiarando che è patrimonio dell’umanità. Che si trova in territorio brasiliano, ma è un bene che appartiene al pianeta. Intervenendo a livello di G20 e Nazioni Unite. Aiutando il Brasile con dei finanziamenti, laddove è giusto farlo. Fissando dei limiti, da parte della comunità internazionale, oltre i quali la foresta e i suoi abitanti diventano intoccabili. Oggi esistono leggi nazionali che vengono violate impunemente. Attualmente in Senato è in discussione una sanatoria per le deforestazioni illegali del passato”.

Ma è davvero tutta colpa di Bolsonaro?

“I problemi dell’Amazzonia vengono da lontano, ma Bolsonaro li ha moltiplicati per cento. Lui è un leader che si chiede perché poche centinaia di persone, gli indios, debbano occupare milioni di ettari pieni di risorse preziose. Permette che il legname di interesse economico venga tagliato, caricato sulle barche e venduto, per poi lasciare che i resti siano bruciati per sostituire alla foresta i latifondi. Il procuratore di Belem ha accertato che gli incendi di quest’estate sono partiti da un gruppo WhatsApp chiamato ‘dia do fogo‘, il giorno del fuoco. Ne facevano parte i proprietari terrieri della città di Novo Progresso, sempre nel Parà, che hanno organizzato le azioni incendiarie. I deforestatori sono sostenuti da una lobby molto potente, che si chiama ‘a bancada ruralista‘. Ne fanno parte 200 deputati federali su 513, membri di differenti partiti. Rappresentano gli interessi dei grandi produttori agricoli e dei latifondisti”.

Cosa è cambiato, nella foresta, oggi rispetto ai suoi primi viaggi?

“Ricordo il primo incontro con la tribù Zo’é. Dopo un volo con un piccolo aereo e 40 minuti di camminata in una foresta primigenia che è rimasta così come Dio, o la Natura, l’hanno creata, siamo arrivati in una radura. Le foglie si muovevano come se ci fosse vento. Ma non c’era vento. All’improvviso apparvero 200 persone, completamente nude, con un bastoncino di legno sulle labbra, tanto più grande quanto più era alto il loro rango. Erano sorridenti e cordiali. Oggi parte delle loro terre sono state trasformate in campi di soia e miglio. I cercatori d’oro e diamanti contaminano i fiumi con il mercurio. Le donne vengono stuprate, l’alcol si sta diffondendo come accadde fra gli indiani del Nordamerica. Le aree di protezione ambientale gestite dall’istituto di conservazione Chico Mendes sono attualmente 334, ma il governo Bolsonaro ha proposto di ridurle. Nel nuovo bilancio c’è un forte taglio ai fondi per l’istruzione degli indios. Il problema dell’Amazzonia non è solo naturalistico. È anche etico e sociale”.

 

Un articolo di Elena Dusi per la Repubblica