Prossimi all’apartheid climatico, a rischio 50 anni di lotta alla povertà

“Stiamo lasciando ai nostri figli un mondo peggiore di quello che abbiamo trovato”. Una frase così semplice eppure, ahinoi, così veritiera. Quella che per anni rappresentava una delle paure più recondite dell’uomo si sta via via trasformando in realtà, con il pianeta prossimo ad un vero e proprio “apartheid climatico”. Un termine chiaramente dal forte impatto ma che perfettamente sintetizza il quadro drammatico verso cui ci stiamo dirigendo.

L’apartheid climatico che colpirà le popolazioni più povere

La denuncia arriva da un rapporto di Philip Alston, esperto di diritto internazionale e relatore speciale dell’Onu sui diritti umani e la povertà estrema. Il cambiamento climatico indotto dall’aumento della temperatura media del pianeta sarà tra i primi fattori di segregazione del XXI secolo: un imminente futuro capace di cancellare 50 anni di progresso e di benessere, con importanti ricadute economiche e sulla salute globale.

A pagarne le spese saranno le popolazioni più povere, dove l’aumento delle temperature comporterà una serie di conseguenze devastanti che riguarderanno diversi ambiti: dalla crisi alimentare legata alla siccità, disastri climatici, e dalle malattie e dai conflitti che ne deriveranno. Sui Paesi in via di sviluppo peserà il 75% almeno dei costi del global warming, nonostante la metà più povera della popolazione mondiale sia responsabile del 10% appena delle emissioni più dannose.

Le responsabilità della politica

L’altra faccia della medaglia ci mostra invece i Paesi industrializzati che hanno già pronte – o non avranno difficoltà ad approntare – soluzioni, anche di emergenza, per mitigare agli effetti drammatici dei cambiamenti climatici. Proprio questa diversa capacità di gestire l’emergenza ha suggerito la scelta del termine apartheid (separazione) per descrivere una condizione di cui le istituzioni sono responsabili.

La critica più aspra di Aston è nei confronti della politica per la totale assenza di programmi ambientali negli ultimi decenni. “I diritti umani potrebbero non sopravvivere al prossimo sconvolgimento”, si legge nel rapporto, che condanna in particolar modo il presidente Usa Donald Trump – per “silenziare attivamente” le scienze climatiche – e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro – per aver promesso di aprire la foresta pluviale amazzonica alle miniere. Tra le note positive Alston segnala l’attivismo di Greta Thunberg e gli scioperi scolastici in tutto il mondo, e alcune azioni legali contro Stati e compagnie di combustibili fossili.

140 milioni di migranti ambientali

Gli impatti della crisi climatica non faranno che aumentare le divisioni. “Rischiamo uno scenario da ‘apartheid climatico’ in cui i ricchi pagano per sfuggire al surriscaldamento, alla fame e ai conflitti, mentre il resto del mondo è lasciato a soffrire”. Sono almeno sono almeno 143 i milioni di migranti ambientali – coloro i quali saranno costretti a lasciare il proprio habitat tradizionale a causa di un grave sconvolgimento ambientale che ne mette in pericolo l’esistenza e ne compromette gravemente la qualità della vita – che potrebbero mettersi in marcia se non si inverte la rotta sul clima.

Spostamenti che andranno a danneggiare aree già parzialmente disastrate e che innescheranno quindi un circolo vizioso inarrestabile che vedrà coinvolti i tutti i continenti, provocando, oltre a enormi danni all’ambiente, anche sanguinosi conflitti per il controllo delle risorse naturali.