Ridurre, riparare, riutilizzare: prolungare il ciclo di vita del prodotto

Nel corso della settimana #zeroplastica abbiamo già parlato di quanto sia importante, per la conservazione degli habitat, ridurre il consumo di questo materiale. Inventata nel 1953, con la realizzazione dei primi polimeri, la plastica è entrata in maniera decisiva nella vita di ciascuno di noi, vista la composizione resistente e quasi indistruttibile oltre che malleabile, ma ora ci sta letteralmente sommergendo. Lo testimonia, ad esempio, il Pacific Trash Vortex, la grande isola di plastica situata nell’Oceano Pacifico e composta da oggetti che, non entrando nel ciclo naturale della terra, vengono dispersi nei mari, intaccando addirittura il ciclo alimentare, dunque la nostra salute.

Ridurre e cambiare i paradigmi di produzione

Mentre l’industria e l’ingegneria convergono verso confezionamenti sostenibili, all’urgenza di ridurre all’essenziale i nostri consumi, si affianca quella di riparare e riutilizzare. È su questa strada che si muove l’Action Plan dell’Unione Europea per accelerare la transizione del Vecchio Continente verso un’economia circolare, stimolare la competitività a livello mondiale, promuovere una crescita economica sostenibile e creare nuovi posti di lavoro.

Cambiare i paradigmi di progettazione significa garantire che il prodotto possa essere smontato con semplicità, così da sostituirne le parti danneggiate o da inserire in un nuovo ciclo vitale quelle ancora funzionanti.

Ecco i centri di riparazione e riuso

Abbiamo assistito, negli ultimi decenni, al fiorire di mercatini e negozi dell’usato. Alla stessa filosofia si ispirano i Centri di riparazione e riuso, strutture ancora marginali nel nostro Paese ma che, seguendo le 54 misure dell’UE per “chiudere il cerchio” del ciclo di vita dei prodotti, lo Stato e soprattutto le Regioni – a cui compete l’elaborazione dei Piani strategici per la gestione dei rifiuti – dovrebbero incoraggiare, a scapito di un sistema tuttora imperniato sull’incenerimento e sull’uso delle discariche.

I centri di riparazione e riuso, integrati con la gestione dei rifiuti, consentono di intercettare e rimettere in circolazione grandi volumi di beni caduti in disuso, in particolare computer, biciclette, elettrodomestici, componenti elettronici o di varia ferramenta, infissi, sanitari, abbigliamento, mobili, articoli di produzione industriale o manufatti in generale.

Lo scopo, per nulla nascosto, è quello di mettere in risalto lo sperpero legato alle dinamiche del consumismo, dimostrando che un bene scartato dalla cultura contemporanea dell’usa e getta può ancora vivere diverse vite.

Il “tesoretto” dei vecchi cellulare in disuso

In particolare, uno degli oggetti di vastissimo uso comune che si distingue per la sorprendente percentuale di riciclabilità è il cellulare. A dispetto dell’inevitabile destino dei vecchi cellulari, il più delle volte confinati all’interno di cassetti mai più consultati, questi dispositivi nascondono al loro interno un vero tesoretto per il riciclo, raggiungendo percentuali fino al 96 %.

I circuiti interni del telefonino, per esempio, contengono 10 grammi di rame. Riusato, serve a produrre cavi elettrici, aspirapolveri, asciugacapelli e pezzi di automobili. Nello schermo a cristalli liquidi si nasconde 1 grammo di terre rare, metalli preziosi e poco conosciuti: cerio, lantanio, terbio e disprosio, etc… Sono molto costosi, oltre che rari, e una volta recuperati possono essere riutilizzati nei circuiti di produzione di apparecchiature high tech o per fare schermi a batterie.